Il Ministero dello sviluppo economico ha risposto ad un quesito in merito all’obbligo per le start-up innovative di indicare in nota integrativa le spese di ricerca e sviluppo ai fini della dimostrazione del requisito. 

Si tratta del parere 17 novembre 2016, nella cui richiesta viene ricordato che il D.Lgs. 18 agosto 2015 n. 139, attuativo della Direttiva n. 2013/34/UE, ha introdotto importanti novità in materia di bilancio riguardanti i principi di redazione, gli schemi di bilancio, l’eliminazione dei conti d’ordine dallo stato patrimoniale, i costi di ricerca e pubblicità che non vanno più indicati tra le immobilizzazioni, le azioni proprie che vanno a diretta riduzione del patrimonio netto, l’introduzione di una riserva per operazioni di copertura dei flussi finanziari attesi e l’obbligatorietà del rendiconto finanziario.

Con il decreto è stato inoltre introdotto il concetto di micro-impresa, intendendo con tale termine l’impresa che nel primo esercizio o successivamente per due esercizi consecutivi, non supera due dei seguenti tre limiti: totale attivo dello stato patrimoniale non superiore a 175.000 euro, ammontare dei ricavi inferiore a 350.000 euro e dipendenti occupati in media durante l’esercizio inferiore alle 5 unità, a partire dall'esercizio 2016.

Per le micro-imprese il bilancio sarà composto semplicemente dal conto economico e dallo stato patrimoniale. Quindi, non sarà più richiesta la nota integrativa, la relazione sulla gestione ed il rendiconto finanziario. 

Considerato che molte start-up rientreranno nel concetto di micro-impresa enunciato, è stata richiesta al Ministero una valutazione sull'operatività da seguire in ordine all'indicazione delle spese per ricerca e sviluppo:

1) la nota integrativa va redatta ugualmente in maniera completa, aggiungendo il dettaglio delle spese in ricerca e sviluppo;

2) è sufficiente redigere la nota integrativa solo per la parte relativa alle spese ricerca e sviluppo;

3) è sufficiente inserire il dettaglio nella pratica Comunica di mantenimento requisiti startup innovativa al punto 028, dettagliando sufficientemente le spese stesse.

Secondo il MISE la soluzione preferibile è la prima tra quelle prospettate:
Se da un lato è vero che un’interpretazione letterale dovrebbe far prevalere lo jus posterior, e quindi ritenere che la disposizione di cui all’articolo 25, comma 1, lettera h) n. 1), in fine, del D.L. 179 del 2012, che prescrive che “Le spese risultano dall'ultimo bilancio approvato e sono descritte in nota integrativa” ceda di fronte alla novità intervenuta successivamente con il D.Lgs. 139 del 2015, è altrettanto vero che una interpretazione di carattere teleologico, spinge a diversa ricostruzione.
(...)
Pertanto, le start-up innovative che intendano avvalersi del requisito delle spese di ricerca e sviluppo, dovranno continuare a redigere il bilancio d’esercizio con allegata la nota integrativa, nella quale sono descritte le spese in questione.

 

Il 7 novembre 2016 si è svolta l’audizione del Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, sul disegno di legge di "Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2017 e bilancio pluriennale per il triennio 2017-2019", presso le Commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato.

Tra i temi trattati vi è anche il credito d’imposta per le attività di ricerca e sviluppo, strumento che nel disegno di legge viene rafforzato. In particolare, il Direttore così ha commentato le novità previste con riferimento a tale forma di incentivo fiscale:

“La disciplina del credito - introdotta dal noto decreto Destinazione Italia nel dicembre 2013, senza tuttavia trovare concreta attuazione per mancanza di copertura finanziaria - era già stata modificata dalla Legge di Stabilità 2015 nella prospettiva di agevolare, da un lato, gli investimenti e, dall’altro, l’occupazione del personale con profilo altamente qualificato.

La disciplina torna nuovamente al centro dell’attenzione perché ne vengono potenziati ulteriormente gli effetti, sia in ordine alla misura ed ai tempi di fruizione che riguardo ai soggetti ammessi, con l’intento di renderla più appetibile ed accessibile. Sotto il primo profilo, la norma contenuta nel disegno di legge, da un lato riconosce il credito d’imposta nella misura unica del 50% delle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media degli investimenti in ricerca e sviluppo realizzati nei tre periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015 (“spese incrementali”), e dall’altro ne dispone la proroga di un anno (fino al periodo in corso al 31 dicembre 2020).

Sotto il secondo versante - quello dei soggetti ammessi - il disegno di legge interviene, in particolare, sull’ambito di applicazione del credito d’imposta al fine di favorire le attività di ricerca e sviluppo svolte da imprese che operano sul territorio nazionale in base a contratti di committenza con imprese residenti o localizzate in altri Stati membri dell’Unione europea, negli Stati aderenti all’accordo sullo Spazio economico 7 europeo ovvero in Stati inclusi nella lista di cui al decreto del Ministro delle finanze 4 settembre 1996.

Inoltre, la nuova disposizione conferma l’ammissione al credito d’imposta delle spese relative a tutto il personale impiegato in attività di ricerca e sviluppo, sia altamente qualificato sia tecnico. Inoltre, atteso che tutte le spese incrementali ammissibili al credito d’imposta, alla luce dell’intervento in esame, sono agevolabili nella misura del 50%, per esigenze di coordinamento viene abrogata la previgente disposizione nella parte in cui, al fine di incentivare ulteriormente le spese relative al personale altamente qualificato e alla ricerca extra muros, prevedeva per queste ultime l’innalzamento al 50% della misura del credito d’imposta spettante.

E’ stato, infine, significativamente aumentato il limite entro il quale può spettare il beneficio fiscale portandolo da 5 a 20 milioni di euro in modo da agevolare concretamente i soggetti innovativi di più grandi dimensioni che effettuano consistenti spese di ricerca, con ruolo trainante per l’economia del Paese”.

Nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea è stato pubblicato il Regolamento di esecuzione recante l'iscrizione come IGP dell’Anguria Reggiana nel registro europeo delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche protette, come prodotto della classe 1.6. Ortofrutticoli e cereali, freschi o trasformati di cui all'allegato XI del regolamento di esecuzione (UE) n. 668/2014 della Commissione.

Si tratta del Regolamento (UE) 7 novembre 2016, n. 2016/1959, con cui il cocomero tipico di alcuni comuni dell'area di Parma e su cui esistono riferimenti storici risalenti al XVI secolo, ha ottenuto l'inserimento nel "Door", il registro comunitario degli oltre 1.300 prodotti alimentari DOP e IGP in tutta Europa.

I rappresentanti di CIA-Agricoltori Italiani e Confagricoltura di Reggio Emilia hanno commentato la pubblicazione del regolamento in questione affermando:

“La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale Europea costituisce la tappa finale di un lungo percorso, che ha visto impegnati insieme i produttori che hanno saputo lasciare da parte i vincoli di appartenenza per lavorare ad un obiettivo comune, molto più importante per tutti gli agricoltori interessati, che non l’agitare bandierine. …

Una produzione che - secondo lo studio sul valore aggiunto della nostra provincia pubblicato dalla Camera di Commercio - sfiora i 400 ettari investiti, le 15mila tonnellate di prodotto, i 4 milioni di valore generato, sta assumendo una propria precisa identità, in grado di affermarsi sempre più sui mercati di vendita".

Ai fini della configurabilità della concorrenza sleale per denigrazione, le notizie e gli apprezzamenti diffusi tra il pubblico non debbono necessariamente riguardare i prodotti dell'impresa concorrente ma possono avere ad oggetto anche circostanze od opinioni inerenti in generale l'attività di quest'ultima, la sua organizzazione o il modo di agire dell'imprenditore nell'ambito professionale, la cui conoscenza da parte dei terzi risulti comunque idonea a ripercuotersi negativamente sulla considerazione di cui l'impresa gode presso i consumatori.

La Corte di Cassazione ha richiamato tale principio giurisprudenziale nelle sentenza n. 22042 depositata il 31 ottobre 2016, accogliendo il ricorso presentato da Mario Zucchelli, presidente di Coop Estense, contro “Falce e Carrello”, il libro pubblicato nel 2007 in cui Bernardo Caprotti, da poco scomparso ma a quel tempo presidente di Esselunga s.p.a., sparava a zero su quelle che definiva “cooperative rosse”. 

La Corte di Cassazione, accogliendo alcuni dei motivi di censura proposti, ha cassato la sentenza impugnata e rinviato alla Corte d'appello di Milano.